L’importanza della comunicazione nella cura del dolore

L’importanza della comunicazione nella cura del dolore

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Perché quattro chiacchiere con il fisioterapista sono tutt’altro che tempo perso

“Sebbene l’individuo si rechi dal terapista in cerca di competenza, trattamento e consigli, è stato dimostrato che pazienti che hanno avuto l’opportunità di condividere con il terapista il processo decisionale dimostrano di possedere maggiore responsabilità nell’autogestione, sono sostanzialmente più soddisfatti del percorso di cura.” (Edwards 2004; Trade e Higgins 2008)

Come abbiamo appreso dal nostro precedente incontro con il Fisioterapista Michele Danesin il dolore è multi-fattoriale, ma spesso tendiamo a ricondurlo ad un’unica causa. In questi termini la comunicazione può essere uno strumento valutativo che nel campo della Fisioterapia può portare grandi benefici. Cerchiamo di capire meglio assieme a lui come ciò può avvenire.

 

Michele, quanto sono importanti le capacità comunicative nel lavoro del Fisioterapista?

Le capacità comunicative sono fondamentali nel processo di raccolta delle informazioni. L’accuratezza e l’efficacia dei nostri giudizi clinici sono influenzati dalla quantità e dalla qualità delle informazioni sulle quali basiamo tali giudizi. Dando per scontato che l’obbiettivo generale sia quello di mirare alla comprensione del problema del paziente e alla sua esperienza di dolore e disabilità, al fine di ottenere una gestione efficace e collaborativa… Ne consegue che dobbiamo essere molto attenti e rigorosi sul come reperiamo tali informazioni e di che uso ne facciamo.

 

Ma quindi come fare a esser così rigorosi?

È importantissima l’attenzione al dettaglio della comunicazione del paziente. Quando un paziente entra in studio, oltre all’oggettività della limitazione funzionale, del trauma, quindi al suo modo di muoversi, non si possono non considerare anche gli aspetti psico-sociali del paziente, che possono ostacolarne o potenziarne il completo recupero.

Il modo in cui le persone vivono il dolore, l’afflizione o la sofferenza è dovuto anche da fattori di apprendimento personali che includono i consigli medici, quelli della famiglia, degli amici, l’aspetto culturale in cui quella persona è cresciuta, il credo religioso, l’aspetto caratteriale e la personalità. Dato che ci possono esser svariate modalità con cui una persona può sperimentare il dolore, ci saranno di conseguenza svariate e personali modalità in cui questo dolore viene espresso, manifestato e comunicato.

Alcuni possono sembrare stoici e mostrare poca sofferenza, mentre altri possono soffrire pesantemente e mostrare alti livelli di ansia. Chi invece lo descrive nei minimi particolari, quasi in maniera eccessiva o chi lo rifiuta.

 

Ci può fare degli esempi?

Come detto alcuni menzionano solo i sintomi persistenti, ritenendo a priori che quelli sporadici abbiano magari meno importanza, tuttavia fondamentali per definire correttamente il quadro generale o una singola situazione durante il percorso terapeutico.

In questo contesto è fondamentale che il fisioterapista faccia attenzione non solo a che cosa viene detto ma anche al come viene detto, prestando attenzione alla naturale e automatica capacità del corpo di fornire informazioni vere: il linguaggio non verbale. La posizione del corpo, l’intonazione della voce o l’utilizzo di parole-chiave spesso dicono molto dell’esperienza di malattia dell’individuo.

Tale attenzione non si può avere se non attraverso un ascolto attivo della storia del paziente.

Mettersi in secondo piano, cercare di reprimere le personali idee che possono subentrare, che ci portano ad interpretare, per comprendere il dolore al più possibile come lo vive il paziente. Possiamo chiedere chiarimenti, ma solo per poter comprendere il tutto al meglio, non tralasciando personali interpretazioni che possono modificare sostanzialmente la nostra valutazione e di conseguenza il nostro operato.

 

Il modo di comunicare di un professionista è utile solo per la fase di diagnosi? O c’è dell’altro?

Quello di cui ho parlato sino ad adesso è sicuramente il risvolto più funzionale, ma non dimentichiamoci di quanto una corretta e attenta comunicazione possa anche, e non in secondo ruolo, migliorare lo sviluppo della relazione terapista-paziente attraverso la comunicazione empatica.

Non a caso la “relazione terapeutica” come concetto sta acquistando crescente rilevanza nel mondo scientifico. La Federazione Mondiale di Terapia Fisica (WCPT) già nel 1999 descrisse l’interazione tra il fisioterapista e il paziente come una parte fondamentale della fisioterapia.

L’interazione è vista come un prerequisito, non solo per la guarigione ma anche per un cambiamento positivo della consapevolezza del corpo e dei comportamenti motori, che possono promuovere così la salute e il benessere dell’individuo. È raccomandato, quindi, a qualunque professionista sanitario, di stabilire una relazione terapeutica con un approccio centrato sul paziente, con empatia, stima incondizionata e autenticità.

 

Sicuramente interessante, ma come mai tale aspetto non è così diffuso tra i suoi colleghi?

Non posso sapere come ragionano o come decidono di porsi i miei colleghi in merito, ma quello che posso dire è che spesso i fisioterapisti considerano la comunicazione come una parte secondaria della terapia. Insomma come naturale conseguenza della presenza di due persone in una stanza. Non stupiamoci poi se molte persone, quando si rivolgono a noi professionisti, si aspettino di esser solo trattate e non anche “interrogate” o quantomeno ascoltate.

La relazione terapeutica è spesso vista come un effetto non specifico del trattamento, incontra molti pregiudizi e viene spesso etichettata come effetto placebo, che di conseguenza “deve” esser evitato.

 

Quindi, in conclusione, la comunicazione in che modo fa la differenza?

 Potrei rispondere citando due importanti studi: uno (Besley et al., New Zealand Journal of Physiotherapy, 81-91, 2011) che ha dimostrato quanto nel grado di soddisfazione dei pazienti non ci sia solo spazio per il risultato del trattamento, ma anche per come il trattamento viene condotto e come il risultato che ne deriva viene ottenuto.

L’altro, a me molto caro, è un articolo di Beckman e Frankel, pubblicato su Annals of Internal Medicine nel lontano 1984, in cui ci si accorse che il tempo che mediamente trascorre tra il momento in cui il paziente inizia a parlare per illustrare al medico le sue preoccupazioni, e quando il medico lo interrompe, cominciando a porre “domande chiuse” e orientate a focalizzare la propria attenzione su quello che ritiene essere il problema, è di soli 18 secondi.

È essenziale quindi, da un lato, stabilire aspettative, valori e convinzioni rispetto al trattamento fisioterapico, per rendere ottimale la soddisfazione del paziente. Dall’altro, per sviluppare una relazione terapeutica costruttiva sono essenziali delle abilità comunicative ben sviluppate, la consapevolezza di alcune fasi cruciali del processo terapeutico tra cui il giusto tempo per coltivare una relazione terapeutica vera.

Il modo in cui ci presentiamo, in cui ci poniamo (sia verbalmente che fisicamente), il modo in cui conduciamo l’esame diagnostico e la terapia, insieme all’empatia e alla fiducia che esprimiamo, influenzano positivamente o negativamente le informazioni riferite dal paziente in modo spontaneo e successivamente la sua motivazione al cambiamento, la volontà di partecipare all’autogestione del proprio problema e il raggiungimento globale dei risultati.

 

MICHELE DANESIN

Laureato all’Università degli Studi di Padova ha completato il suo percorso di formazione in Terapia Manuale Maitland abilitandosi, inoltre, al Metodo Neurac (attivazione neuro-muscolare). Da sempre dedito al trattamento del dolore cronico e attivo nel suo percorso di continua crescita personale e professionale.

Email: michele.danesin@icloud.com

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