Le origini della pianta di Cannabis

Le origini della pianta di Cannabis

La Cannabis è sempre stata proclamata come una risorsa suprema dell’umanità e allo stesso tempo accusata come il più grande fardello, durante tutto il tempo in cui gli esseri umani l’hanno utilizzata per innumerevoli scopi.

Lo scenario che seguirà è tratto dal Libro “Cannabis, Evolution and Etnobotany” di Clarke e Merlin e riguarda ricostruzioni plausibili dell’epoca dell’Olocene.

Proviamo a pensare ad un giorno di primavera di migliaia di anni fa, una lunga era glaciale era appena finita e un piccolo gruppo di nomadi girovagava per le terre emerse dopo il disgelo. Trovando un terreno consono all’accampamento tra le anse di un tortuoso fiume, il gruppo decise di fermarsi.

Questi piccoli gruppi erano migrati lontano, in località così remote, perché spinti dalla violenza di altri gruppi più potenti e più aggressivi. Gli ominidi del tempo non avevano ancora sviluppato tecniche di coltivazione e la loro sopravvivenza dipendeva interamente dalla caccia e da ciò che la Natura provvedeva. Al primo compito era deputato il maschio, mentre le femmine trascorrevano l’intero giorno a raccogliere frutti, radici, semi, noci, materiale da fibra e legna per il fuoco.

Il vicino fiume forniva al gruppo molte delle risorse necessarie alla sopravvivenza rendendolo quindi un posto difficile da abbandonare. La permanenza di questo gruppo nello stesso posto influenzò l’ambiente circostante favorendo la proliferazione di diverse specie di piante. Queste erano, infatti, già “preadattate” alle nuove cicatrici del terreno, aperte dall’essere umano e diventate suolo molto fertile grazie ai rifiuti (organici) che vi si depositavano.

La pianta di Cannabis era una di queste.  Nelle loro missioni di approvvigionamento del cibo, le donne, avevano trovato queste piante, al termine della stagione estiva, cariche di semi che, a loro giudizio, potevano essere utilizzati come alimento.

La miriade di semi presenti sulle piante ha fatto si che fosse più comodo tagliare l’intero vegetale e trascinarlo all’accampamento per trovare il modo più comodo per separarli. Solo qualche stagione dopo, tutti i semi necessari al villaggio provenivano da piante che erano cresciute nei dintorni dato l’inevitabile spargimento di semi durante il lavoro di estrazione.

Parallelamente al cibo i primi uomini avevano compreso l’enorme potenziale dell’olio che si poteva estrarre dai semi. Questo era infatti utilizzabile in cucina, come combustibile, e furono realizzati perfino primordiali saponi.

Sono state relazioni tra uomo e piante come questa appena descritta che hanno permesso il passaggio alla “stanzialità” dell’essere umano.

Non passò molto, nella relazione tra uomo e Cannabis, prima della scoperta dell’enorme potenziale delle fibre che si potevano ricavare dal suo stelo. Lasciando macerare le piante nell’acqua, non solo si ottenne la materia prima (processo di Retting), ma i nostri antenati poterono notare come i pesci, intontiti dalla mancanza di ossigeno che si creava nelle vasche di macero durante il processo, venivano a galla ed era molto più semplice catturarli. Un’altra importante fonte di cibo era stata assicurata.

Un’enorme domanda che resta tuttora aperta è la seguente: “l’importanza delle fibre o del cibo era davvero l’unica ragione per cui i nostri antenati si erano interessati così tanto a una “semplice pianta?”. 

Nel nostro antico passato, le valenze esperienziali che si potevano avere mediante l’utilizzo della resina prodotta dai fiori della pianta femmina, possono aver “aperto nuove porte della percezione”. Il consumo di questa resina avrebbe potuto aspirare al ruolo di “rifugio chiave” sia mentale che fisico da schemi di vita frequentemente monotoni e molto affaticanti.

Gli effetti psicoattivi della pianta di Cannabis potrebbero aver avuto un effetto “esplosivo” sulla visione del mondo dei nostri antenati e sulle loro ideologie. Le visioni estatiche visionarie che si possono avere con l’ingestione d’ingenti quantitativi di resina possono aver formato un sistema di credenze e simboli che tentavano di interpretare l’esistenza di qualcosa di invisibile ed indimostrabile. “Spiriti” sia benevoli sia malevoli.

La pianta potrebbe aver rivestito il ruolo di “dono degli dei” per trascendere il normale stato di coscienza ed entrare in connessione con quelle “entità invisibili”. Essenzialmente, la Cannabis, avrebbe fornito un mezzo attraverso il quale ognuno poteva “comunicare con la propria divinità”. Come riportano Shultes e Hoffman già nel 1992, la Cannabis potrebbe essere considerata una “primordiale pianta degli Dei”.

Qualunque sia la motivazione iniziale dell’utilizzo della Cannabis da parte dei nostri antenati. sta di fatto che l’importanza di questa pianta ha fatto si che diventasse parte di quel “patrimonio fondamentale” trasportato da quelle comunità. Sempre insieme, di luogo in luogo, nel periodo di transizione dall’essere nomadi ad essere stanziali, così come ai giorni nostri.

Le relazioni tra l’uomo e la pianta continuano fino ai giorni nostri, senza alcuna interruzione, a distanza di migliaia di anni. Queste due “entità” della Natura le relazioni mutano forma rimanendo inalterate nell’intensità.

Le profonde radici di questo rapporto mi fanno sperare che possa succedere, così come è già stato, “un’apertura di orizzonti” nell’essere umano. I “cambiamenti epocali” possono succedere da un momento all’altro, eventi “imprevisti” in un gioco cosmico che tutto comprende. Ogni singolo essere umano può fare la differenza e noi non lo possiamo sapere. 

I temi ancestrali della spiritualità ad oggi vengono additati come ridicoli. Qualcosa da cui rifuggire inevitabilmente. Tutto accumunato sotto la definizione di “sballo”. Uno stereotipo che ha radici profonde tanto quelle che abbiamo appena descritto tra l’essere umano e la pianta. Affrontando così superficialmente un argomento così embricato nell’intima cultura dell’essere umano, si perde di vista l’intero spettro di potenzialità, in primis curative, che può avere l’interazione tra questa pianta ed il nostro organismo.

Il nostro sistema emotivo dovrebbe essere valorizzato tanto quanto quello fisico. Per ora, però, la strada da fare è ancora lunga.

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